se queste mura potessero parlare

Castel Lagopesole 2008


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Se queste mura potessero parlare  [flyer pdf scaricabile]

Manifesto

comunicato stampa

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"Il castello di Lagopesole" Avigliano Potenza Basilicata Italia
Panoramica delle installazioni nella  "sala della Regina" (restaurata)
"Il castello dei racconti incrociati"
If these walls could speak…” Se i muri del Castello di Lagopesole potessero parlare, aggiungerebbero a ricordi millenari di regine e imperatori, armigeri e damigelle, gesta e misteri, il racconto di curiose intrusioni recenti: sussurri privati, respiri di piante, giochi di specchi, organismi mutanti, stanze segrete, proiezioni di pianeti lontani. Interpretazioni etimologiche, corrispondenze nascoste tra microcosmo e macrocosmo o mondo animale e mondo vegetale, tra poesia e scienza, storia e storie, amplificazioni percettive e moltiplicazioni identitarie, si intrecciano nelle installazioni di Elisa Laraia, Henry Olivier, Alessandra Montanari, Silvio Giordano, Claudia Gambadoro e Marco Di Giovanni. Lavori pensati o ripensati per questa straordinaria location a partire dalle suggestioni di una piccola pianta, la Cymbalaria muralis, che vive abbarbicata tra le pareti antiche del maniero federiciano. Come questa “ederina dei muri” si crea un microambiente adatto e solo in apparenza precario nella poca terra o sabbia racchiusa negli interstizi delle pietre, così i sei artisti hanno accolto qui una sfida che va al di là delle singole ricerche: quella di attivare uno spazio di relazioni non solo con il luogo ospitante, ma anche tra un’opera e l’altra, tra un autore e l’altro, in rapporto diretto con ogni potenziale fruitore. Non a caso ricorrente è in alcune proposte la modalità del rispecchiamento. Complementare, ad esempio, al dialogo e allo scambio d’intimità che Elisa Laraia mette in scena nell’ambientazione sonora che accoglie il visitatore nel cortile d’ingresso. E che si concretizza nell’offerta di piccoli specchi rifrangenti lungo un percorso interno che confluisce idealmente nell’immagine del pistillo - scultura gigante, posta a sua volta di fronte ad un grande specchio in cui si riflette anche ciascuno di noi e l’intero ambiente. Da un’esigenza di coinvolgimento corale nasce pure il pozzo d’acqua circolare di Henry Olivier, che espande la catalogazione di diversi arbusti murari, evocando insieme suggestioni astrali. L’idea di una condivisione di esperienze è sottesa inoltre al muro gelatinoso con cui Alessandra Montanari replica i processi del ciclo vitale; o nella cellula abitativa costruita da Claudia Gambadoro, che si collega alle tante voci racchiuse nel passato del castello, sintetizzando nell’accumulo di calici una condizione sottesa di convivialità. L’apertura interattiva è poi elemento centrale della performance “rampicante” di Marco Di Giovanni, che sollecita e amplifica i nostri meccanismi di percezione e d’immaginazione. Mentre i richiami mortuari delle espansioni organiche di Silvio Giordano sono in realtà l’altra faccia della medaglia delle inquietudini che minacciano l’esistenza dell’uomo, nei suoi legami inscindibili, ma troppo spesso rimossi, con la natura.
Antonella Marino
 

Elisa Laraia Intimacy, 2008

Installazione site specific
1 Specchio 240x105 cm,
Lampadine
Impianto elettrico
5 specchi 30x20 cm
Scultura in ferro,
200x100 cm
Intervento sonoro in esterno Antonello Bellini ed Elisa Laraia
5 minuti percussioni e voce

Elisa Laraia Potenza, 1973
Poetica generale:

Gli elementi fondanti di tutta la mia ricerca sono l’identità e la memoria, sull’esplorazione dell’identità e sullo scambio identitario, infatti, rifletto da sempre cercando risposte a tutti i miei interrogativi; la sperimentazione sulla centralità del fruitore, non inteso mai come elemento passivo, bensì come partecipe dell’atto creativo, contraddistingue il mio lavoro in una dinamica di contatto sempre più stretto, sempre più intimo tra me e l’altro, attraverso l’ideazione di opere fortemente relazionali che di volta in volta rappresentano tappe ulteriori di un processo di identificazione possibile.

“Intimacy”

Da una delle possibili etimologie della Cymbalaria, dal latino “cymbalum” al greco “kymbalon”, strumento musicale cavo simile ad un moderno tamburello, motivata dalla forma concava delle foglie, ho tratto lo spunto per la creazione del primo elemento dell’installazione « Intimacy »: il rullo di un tamburo che accoglie il visitatore all’ingresso principale del Castello, con una cadenza temporale intermittente, mentre la mia voce sussurra queste parole :

“…Entra…/Prometti di essere fedele sempre/Segui la luce sul tuo volto/Raccontaci i tuoi segreti…”

La figura del fruitore, dunque, viene collocata al centro dell’opera, come del resto è al centro di tutta l’esposizione. «Intimacy » si completa all’interno della sala del Castello destinata all’esposizione, con l’installazione di un grande specchio, che richiama quello classico per la pratica del trucco, decorato con rotonde lampadine che disperdono nell’ambiente una luce fredda, come quella delle stelle. Il percorso visivo parte da 5 piccoli specchi che i fruitori, all’ingresso nella sala, potranno prendere nelle loro mani per specchiarsi in maniera intima e dare poi il via agli incroci con la superficie d’acqua dell’opera di Henri Olivier e con le altre opere, fino al grande specchio da me collocato in fondo alla sala; davanti ad esso è posizionata una scultura in ferro: una lama a forma di uncino reinventa il pistillo della pianta che, nella fase riproduttiva, si rivolge verso i muri cercandovi una fenditura cui agganciarsi; si crea così, nella mimesi dell’atto riproduttivo, un momento di intimità tra natura e storia. Radici in stoffa, avvolte sull’uncino di metallo, riproducono la Cymbalaria in un immaginario amplesso con lo spazio circostante. La relazione tra lo specchio grande e i 5 piccoli a disposizione dei fruitori, che si muoveranno insieme ad essi liberamente nello spazio della sala, costituiscono la struttura di un’immaginaria costellazione celeste.

Gli specchi riflettono, dunque, le prospettive visive del castello, ribaltandone l’interno all’esterno e viceversa, e i frammenti delle altre opere esposte, con l’obiettivo di creare mille tensioni in un universo di scambi, nel quale trovare la possibilità di osservarsi e di comunicare.

 
Henri Olivier Cymbalaria, Centranthus et autres étoiles… , 2008

Installazione site specific
3 Colonne di zinco ossidato
h. 600 x 26 x 12
Specchio d’acqua,Zinco e bitume
Diametro 4 m.

Henri Olivier Alger, 1955
Poetica generale:

I nomi delle piante racchiudono una poesia che supera ampiamente la loro sola identificazione. Il latino, che li indicizza, con un binomio richiama tutta una leggenda: nomi di esploratori, viaggi ed origini, evocazioni di forme, colori, abitudini, appartenenze, famiglie, comportamenti, abilità, somiglianze, ... Benché lingua ‘'morta'', essa diviene vocabolario universale per i botanici del pianeta che vi ricorrono quale unica lingua di determinazione.
Tale lirismo dei nomi latini risuona dall’individuale all’universale, dal microcosmo al macrocosmo, dall’infinitamente piccolo di un Lemna minor (lenticchia d'acqua) all’infinitamente grande di una Ursa major (costellazione dell’Orsa Maggiore). Esso stabilisce una relazione verticale che collega la terra alle stelle, il palpabile all'incommensurabile. Nella rappresentazione pittorica, la colonna è il simbolo della relazione tra terra e cielo.

Cymbalaria, Centranthus et autres étoiles…

Con il mio intervento per la grande sala d'esposizione propongo di recuperare quattro colonne concave che utilizzino tutta l’altezza delle pareti e di associarle ad uno specchio d'acqua circolare. Le colonne celano i nomi latini di alcune piante: in particolare quelle che scelgo sono le piante che abitano i muri dimenticati : Cymbalaria muralis chiamata anche ‘’rovine di Roma'', Centranthus ruber che slancia il suo grande fiore dagli interstizi più infimi di terra, o ancora Bellis perenis, questa margherita che inonda letteralmente i prati fino ai pendii delle muraglie. Ciò che mi affascina in esse è che ci inducono ad osservare il suolo con grande intensità, così come ad alzare gli occhi per scoprirle nei posti più improbabili. Lo specchio d'acqua circolare diviene oggetto di scambio tra gli artisti dell'esposizione. Da parte mia vi disegnerò i nomi delle piante come se tratteggiassi una mappa di stelle.
‘’Se queste mura potessero parlare'' ci racconterebbero della passione di Federico II per l'astronomia e della polvere di stelle che si deposita in fondo alla cisterna.
‘’Se queste mura potessero parlare'' ci parlerebbero del dialogo eterno che mantengono con questa vegetazione che li abita. I loro nomi potrebbero essere quelli delle stelle che ci incantano : Cymbalaria è certamente una costellazione vicina alla Lira, Centrantus ruber probabilmente una ‘’nana rossa‘' e Bellis perenis, senza dubbio un'altra stella del Pastore.

 

Marco Di Giovanni Autoritratto rampicante, 2008

Installazione site specific
Performance
cavi elettrici, anfibi militari, giubbotto di pelle, lenti d´ingrandimento, terra, lampadine.
Dimensione ambiente

Marco Di Giovanni Teramo, 1976
Poetica generale:

Le prime esposizioni personali di Marco Di Giovanni si tengono in spazi alternativi come l' Unsicht Keller di Berlino nel 1999 e l'Archivio Zero Media Zanchetta di Bologna nel 2001. Da allora è impegnato in un´intensa attivitá espositiva sia in Italia che all´estero; nell´ultimo hanno ha partecipato ad un workshop (premio Campigna) con Anne e Patrick Poirier, ha realizzato installazioni per il cortile interno della Casa del Mantegna di Mantova ed il MAMbo.
La sua ricerca si incentra su materiali di recupero, da residui ferrosi ai suoi vecchi indumenti , che vengono riassemblati e portati a nuova vita tramite l' inserimento di lenti che permettono di vedere ciò che accade - o ciò che è conservato - al loro interno, come persone vere in performance. Di frequente protagonista di azioni in occasione della presentazione delle sue opere, Di Giovanni gioca con ironia sui meccanismi della visione e, al contempo, organizza strutture scultoree dal forte impatto visivo, in uno scambio ininterrotto tra la persistenza e la mutabilità dei materiali e delle forme, sempre pensati ed installati in stretto rapporto con lo spazio espositivo.

Autoritratto rampicante

Durante la durata dell´inaugurazione resto seduto (rampicato) sullo spessore delle mura su cui affaccia la finestrina gotica. Sono scalzo e cavi elettrici mi escono dai jeans (segno del rampicare). Uno dei cavi finisce dentro un mio vecchio sdrucito giubbotto di pelle e poi dentro i miei anfibi (unica calzatura indossata nell´ultimo anno), l´altro va alla presa elettrica piú vicina agli oggetti. Il giubbotto è vuoto eccetto che per la "panza"; da una rottura della zip si vede all´interno della terra, ma sembra al di sotto del livello del suolo su cui si sta camminando. Uno degli anfibi è riempito di terra, nell´altro c´è una visione "olografica" di un pianeta terra lontano (origine del rampicante).

 

Claudia Gambadoro Inner landscape, 2008

installazione site specific
365 bicchieri, semi
installazione sonora

Claudia Gambadoro Catania, 1972
Poetica generale:

Utilizza il video, le installazioni e videoinstallazioni per indagare lo spazio come metafora dell’esistenza stessa, territorio di scambio con sé stesso e con il prossimo. Ricostruisce cellule abitative, spazi vitali, fittizie scatole domestiche dove dualismi opposti vivono convivenze impossibili: equilibrio/caos, protezione/costrizione, donazione/privazione, costruzione/distruzione. Video dove naturali/innaturali legami trovano nuove corrispondenze e dove realtà immaginarie si trasformano in immaginazioni vissute.

Inner landscape

Se queste mura potessero parlare racconterebbero storie senza fine.Tra le stanze racchiuse da mura… gesta eroiche di prodi cavalieri, cacciatori e contadini, cortigiane e domestici, invasori e prigionieri; l’imperatore che costruì il castello, il re e la regina che lo vissero.  Storie che si tramandano nei secoli, racconti da nonni a padri, da genitori a figli. Mura, custodi di memorie dimenticate, la Cymbalaria li riveste, vi si insinua e ascolta.
La immagino nutrirsi dell’humus della memoria, la sua procreazione finalizzata al racconto; entrare negli interstizi, rubare segreti e farne linfa per rinascere. Interstizi di mura e racconti diventano veicolo di vita così come motivo di riproduzione. Generazioni che si tramandano storie di giorno in giorno. Entrare ed uscire dalle mura per nutrirsi di vita altrui.
Cymbalaria muralis: segreti custoditi gelosamente dentro un calice, nascosti in un muro, riportati alla luce in un nuovo essere, dentro un nuovo calice… calice che raccoglie memorie, calice che tramanda di giorno in giorno, di anno in anno; calice contenitore, calice bicchiere, bicchiere simbolo di vita quotidiana, di convivialità, di nutrimento e di scambio.
Nel mio progetto ricostruisco una stanza, il calice diventa un modulo, mattone che innalza pareti esso stesso custode di storie. 365 calici per ogni giorno vissuto, i calici contengono semi, rumori del passato riecheggiano da dentro. Una “stanza segreta” in cui ancora possiamo assaporare i ricordi di quei gran banchetti di corte che ogni sera, all’imbrunire, chiudevano il giorno. Momenti a cui le mura stesse, forse, vorrebbero ritornare, così come la nostra piantina per nutrirsi. Una nostalgica principessa ancora vaga tra le mura del castello, alla ricerca della vita perduta…

 

Alessandra Montanari Ephemeral wall, 2008

Installazione Site-specific
performance
mattoni gelatinosi di agar-agar su supporti in plexiglas, specie vegetali.

Alessandra Montanari Bologna, 1960
Poetica generale:

Il mio lavoro è incentrato sulla natura, sulle piante, che diventano metafora del mio essere.
E’ uno sguardo verso l’interno, verso la struttura delle forme viventi e dei meccanismi biochimici che ne regolano la vita.
Il desiderio di dare “voce” al mondo vegetale e al microcosmo è alla base di una ricerca incentrata sul suono condotta in collaborazione con una compositrice (Francesca Virgili) e un clarinettista (Fabio Battistelli) che intervengono nel mio lavoro come performer. Le sequenze e i cicli biochimici si trasformano in suono e musica e le stesse strutture biologiche diventano strumenti come nel caso del “Cloroplastofono”.
Con “Breath” la biochimica e le piante entrano in relazione con l’uomo e il suo vivere la contemporaneità attraverso un’azione simbiotica di “condivisione” di esperienze e memorie unite dal deisiderio e dalla necessità di vivere e sopravvivere. Il rapporto uomo-natura è rappresentato da una mappa di luoghi immaginari e senza nome (“Coperta di viaggio”) , l’essere dell’uomo è rappresentato da percorsi e confini immaginari; luoghi che appaiono e scompaiono, un mondo in evoluzione e involuzione, tracce di percorsi, intrecci di pensieri, una riflessione sul rapporto con il mondo e la natura, una coperta…. per avvolgersi in un viaggio

Ephemeral wall

Le memorie sono labili, si sgretolano nel tempo, si sfaldano e si disfano fino a che ne rimangono solo tracce, frammenti.
Nascono da piccoli indizi: una mano che sfiora e che accarezza, un sussurro, una risata, un pianto, un grido, un colpo, uno scoppio… piano piano crescono, diventando edifici della nostra conoscenza, pietra dopo pietra, ricordo dopo ricordo, s’innalzano.
Crescono e al tempo stesso cominciano a consumarsi, a perdere consistenza.
Si creano crepe nella struttura, che diventano sempre più profonde, qualche parte crolla, mentre altre continuano a crescere.
Sono organiche, seguono un proprio ciclo di vita e di morte.
Anche se a un certo punto tutto sempra scomparso per sempre, rimane qualcosa di quella struttura di ricordi, alcuni piccoli frammenti, che, come semi sono pronti a dar vita a nuove costruzioni, a nuove memorie.

 

Silvio Giordano Green Day, 2008

Installazione site specific
poliuretano espanso rigido,
dimensioni variabili
da 170x170x100 cm

Silvio Giordano Potenza 1977
Poetica generale:

Il suo lavoro è caratterizzato da ipotesi fantasmagoriche sulla corporeità post-umana, fondate su romantiche e ambigue ibridazioni estetiche realizzate attraverso attente manipolazioni digitali. Giordano crea Esseri multiformi con identità e condizioni esistenziali complesse immersi in un immaginario grottesco e digitale fatto di case disabitate, animali mutanti e piante deformi fuse con il corpo umano e con luoghi meravigliosi della mente. Le previsioni catastrofiche dovute all’idea di morte, la diversità dell’Io e l’estetica sono i temi principali attorno ai quali ruota la produzione di Giordano.

Green Day

 L’installazione dal titolo Green Day nasce dai suggerimenti di G.Sermonti, contenuti nel testo “Le Fiabe dei Fiori” (Garzanti), secondo cui il termine Cymbalaria deriverebbe dal greco kymbè, che significa barca: un nome, questo, che le si addice perfettamente data la somiglianza tra il comportamento del suo peduncolo e quello di un’imbarcazione. Per tale motivo è diventata simbolo di pianta psicopompa evocando al contempo l’allegoria dell’accompagnamento delle anime dei morti nell’aldilà. L’installazione si presenta come una grande effervescenza nera che fuoriesce dalla terra. L’involucro misterioso assume le sembianze di un bio-organismo da cui sbucano in maniera dislocata grumi di teschi privati di denti e di mascelle in modo da sottrarre loro l’idea di aggressività e ferocia. La scultura rappresenta simbolicamente il rigetto da parte della terra di un angioma, di qualcosa di oscuro nascosto nelle viscere dello spirito dell’uomo e dell’ambiente distrutto. Una pianta radicata nella terra che cresce e si sviluppa verso l’alto in maniera irregolare e autonoma facendo germogliare le proprie foglie-teschio. L’ammasso putrescente rappresenta anche il petrolio estratto dalla terra di Basilicata. L’oro nero che può portare ricchezza, ma rischia di creare un paesaggio decadente e vuoto.

 
La "sala della Regina" proiettata nella realtà virtuale di Second Life
 
 
 
 
 
second place   in second life

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