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"Il castello di Lagopesole"
Avigliano Potenza Basilicata Italia |
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Panoramica delle installazioni
nella "sala della Regina"
(restaurata) |
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"Il castello dei racconti
incrociati" |
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If these walls could speak…” Se
i muri del Castello di Lagopesole potessero parlare,
aggiungerebbero a ricordi millenari di regine e imperatori,
armigeri e damigelle, gesta e misteri, il racconto di
curiose intrusioni recenti: sussurri privati, respiri di
piante, giochi di specchi, organismi mutanti, stanze
segrete, proiezioni di pianeti lontani. Interpretazioni
etimologiche, corrispondenze nascoste tra microcosmo e
macrocosmo o mondo animale e mondo vegetale, tra poesia e
scienza, storia e storie, amplificazioni percettive e
moltiplicazioni identitarie, si intrecciano nelle
installazioni di Elisa Laraia, Henry Olivier, Alessandra
Montanari, Silvio Giordano, Claudia Gambadoro e Marco Di
Giovanni. Lavori pensati o ripensati per questa
straordinaria location a partire dalle suggestioni di una
piccola pianta, la Cymbalaria muralis, che vive abbarbicata
tra le pareti antiche del maniero federiciano. Come questa
“ederina dei muri” si crea un microambiente adatto e solo in
apparenza precario nella poca terra o sabbia racchiusa negli
interstizi delle pietre, così i sei artisti hanno accolto
qui una sfida che va al di là delle singole ricerche: quella
di attivare uno spazio di relazioni non solo con il luogo
ospitante, ma anche tra un’opera e l’altra, tra un autore e
l’altro, in rapporto diretto con ogni potenziale fruitore.
Non a caso ricorrente è in alcune proposte la modalità del
rispecchiamento. Complementare, ad esempio, al dialogo e
allo scambio d’intimità che Elisa Laraia mette in scena
nell’ambientazione sonora che accoglie il visitatore nel
cortile d’ingresso. E che si concretizza nell’offerta di
piccoli specchi rifrangenti lungo un percorso interno che
confluisce idealmente nell’immagine del pistillo - scultura
gigante, posta a sua volta di fronte ad un grande specchio
in cui si riflette anche ciascuno di noi e l’intero
ambiente. Da un’esigenza di coinvolgimento corale nasce pure
il pozzo d’acqua circolare di Henry Olivier, che espande la
catalogazione di diversi arbusti murari, evocando insieme
suggestioni astrali. L’idea di una condivisione di
esperienze è sottesa inoltre al muro gelatinoso con cui
Alessandra Montanari replica i processi del ciclo vitale; o
nella cellula abitativa costruita da Claudia Gambadoro, che
si collega alle tante voci racchiuse nel passato del
castello, sintetizzando nell’accumulo di calici una
condizione sottesa di convivialità. L’apertura interattiva è
poi elemento centrale della performance “rampicante” di
Marco Di Giovanni, che sollecita e amplifica i nostri
meccanismi di percezione e d’immaginazione. Mentre i
richiami mortuari delle espansioni organiche di Silvio
Giordano sono in realtà l’altra faccia della medaglia delle
inquietudini che minacciano l’esistenza dell’uomo, nei suoi
legami inscindibili, ma troppo spesso rimossi, con la
natura. |
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Antonella Marino |
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Elisa Laraia
Intimacy, 2008 |
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Installazione site specific
1 Specchio 240x105 cm,
Lampadine
Impianto elettrico
5 specchi 30x20 cm
Scultura in ferro,
200x100 cm
Intervento sonoro in esterno Antonello Bellini ed Elisa
Laraia
5 minuti percussioni e voce |
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Elisa Laraia Potenza, 1973
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Poetica generale: |
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Gli elementi
fondanti di tutta la mia ricerca sono l’identità e la
memoria, sull’esplorazione dell’identità e sullo scambio
identitario, infatti, rifletto da sempre cercando risposte a
tutti i miei interrogativi; la sperimentazione sulla
centralità del fruitore, non inteso mai come elemento
passivo, bensì come partecipe dell’atto creativo,
contraddistingue il mio lavoro in una dinamica di contatto
sempre più stretto, sempre più intimo tra me e l’altro,
attraverso l’ideazione di opere fortemente relazionali che
di volta in volta rappresentano tappe ulteriori di un
processo di identificazione possibile. |
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“Intimacy” |
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Da una delle
possibili etimologie della Cymbalaria, dal latino “cymbalum”
al greco “kymbalon”, strumento musicale cavo simile ad un
moderno tamburello, motivata dalla forma concava delle
foglie, ho tratto lo spunto per la creazione del primo
elemento dell’installazione « Intimacy »: il rullo di un
tamburo che accoglie il visitatore all’ingresso principale
del Castello, con una cadenza temporale intermittente,
mentre la mia voce sussurra queste parole : |
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“…Entra…/Prometti di essere
fedele sempre/Segui la luce sul tuo volto/Raccontaci i tuoi
segreti…” |
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La figura del
fruitore, dunque, viene collocata al centro dell’opera, come
del resto è al centro di tutta l’esposizione. «Intimacy » si
completa all’interno della sala del Castello destinata
all’esposizione, con l’installazione di un grande specchio,
che richiama quello classico per la pratica del trucco,
decorato con rotonde lampadine che disperdono nell’ambiente
una luce fredda, come quella delle stelle. Il percorso
visivo parte da 5 piccoli specchi che i fruitori,
all’ingresso nella sala, potranno prendere nelle loro mani
per specchiarsi in maniera intima e dare poi il via agli
incroci con la superficie d’acqua dell’opera di Henri
Olivier e con le altre opere, fino al grande specchio da me
collocato in fondo alla sala; davanti ad esso è posizionata
una scultura in ferro: una lama a forma di uncino reinventa
il pistillo della pianta che, nella fase riproduttiva, si
rivolge verso i muri cercandovi una fenditura cui
agganciarsi; si crea così, nella mimesi dell’atto
riproduttivo, un momento di intimità tra natura e storia.
Radici in stoffa, avvolte sull’uncino di metallo,
riproducono la Cymbalaria in un immaginario amplesso con lo
spazio circostante. La relazione tra lo specchio grande e i
5 piccoli a disposizione dei fruitori, che si muoveranno
insieme ad essi liberamente nello spazio della sala,
costituiscono la struttura di un’immaginaria costellazione
celeste. |
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Gli specchi
riflettono, dunque, le prospettive visive del castello,
ribaltandone l’interno all’esterno e viceversa, e i
frammenti delle altre opere esposte, con l’obiettivo di
creare mille tensioni in un universo di scambi, nel quale
trovare la possibilità di osservarsi e di comunicare. |
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Henri Olivier
Cymbalaria, Centranthus et autres étoiles… , 2008 |
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Installazione site specific
3 Colonne di zinco ossidato
h. 600 x 26 x 12
Specchio d’acqua,Zinco e bitume
Diametro 4 m. |
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Henri Olivier Alger, 1955 |
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Poetica generale: |
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I nomi delle
piante racchiudono una poesia che supera ampiamente la loro
sola identificazione. Il latino, che li indicizza, con un
binomio richiama tutta una leggenda: nomi di esploratori,
viaggi ed origini, evocazioni di forme, colori, abitudini,
appartenenze, famiglie, comportamenti, abilità, somiglianze,
... Benché lingua ‘'morta'', essa diviene vocabolario
universale per i botanici del pianeta che vi ricorrono quale
unica lingua di determinazione.
Tale lirismo dei nomi latini risuona dall’individuale
all’universale, dal microcosmo al macrocosmo,
dall’infinitamente piccolo di un Lemna minor (lenticchia
d'acqua) all’infinitamente grande di una Ursa major
(costellazione dell’Orsa Maggiore). Esso stabilisce una
relazione verticale che collega la terra alle stelle, il
palpabile all'incommensurabile. Nella rappresentazione
pittorica, la colonna è il simbolo della relazione tra terra
e cielo. |
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Cymbalaria, Centranthus et
autres étoiles… |
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Con il mio
intervento per la grande sala d'esposizione propongo di
recuperare quattro colonne concave che utilizzino tutta
l’altezza delle pareti e di associarle ad uno specchio
d'acqua circolare. Le colonne celano i nomi latini di alcune
piante: in particolare quelle che scelgo sono le piante che
abitano i muri dimenticati : Cymbalaria muralis chiamata
anche ‘’rovine di Roma'', Centranthus ruber che slancia il
suo grande fiore dagli interstizi più infimi di terra, o
ancora Bellis perenis, questa margherita che inonda
letteralmente i prati fino ai pendii delle muraglie. Ciò che
mi affascina in esse è che ci inducono ad osservare il suolo
con grande intensità, così come ad alzare gli occhi per
scoprirle nei posti più improbabili. Lo specchio d'acqua
circolare diviene oggetto di scambio tra gli artisti
dell'esposizione. Da parte mia vi disegnerò i nomi delle
piante come se tratteggiassi una mappa di stelle.
‘’Se queste mura potessero parlare'' ci racconterebbero
della passione di Federico II per l'astronomia e della
polvere di stelle che si deposita in fondo alla cisterna.
‘’Se queste mura potessero parlare'' ci parlerebbero del
dialogo eterno che mantengono con questa vegetazione che li
abita. I loro nomi potrebbero essere quelli delle stelle che
ci incantano : Cymbalaria è certamente una costellazione
vicina alla Lira, Centrantus ruber probabilmente una ‘’nana
rossa‘' e Bellis perenis, senza dubbio un'altra stella del
Pastore. |
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Marco Di
Giovanni
Autoritratto rampicante, 2008 |
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Installazione site specific
Performance
cavi elettrici, anfibi militari, giubbotto di pelle, lenti
d´ingrandimento, terra, lampadine.
Dimensione ambiente |
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Marco Di Giovanni Teramo, 1976 |
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Poetica generale: |
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Le prime
esposizioni personali di Marco Di Giovanni si tengono in
spazi alternativi come l' Unsicht Keller di Berlino nel 1999
e l'Archivio Zero Media Zanchetta di Bologna nel 2001. Da
allora è impegnato in un´intensa attivitá espositiva sia in
Italia che all´estero; nell´ultimo hanno ha partecipato ad
un workshop (premio Campigna) con Anne e Patrick Poirier, ha
realizzato installazioni per il cortile interno della Casa
del Mantegna di Mantova ed il MAMbo.
La sua ricerca si incentra su materiali di recupero, da
residui ferrosi ai suoi vecchi indumenti , che vengono
riassemblati e portati a nuova vita tramite l' inserimento
di lenti che permettono di vedere ciò che accade - o ciò che
è conservato - al loro interno, come persone vere in
performance. Di frequente protagonista di azioni in
occasione della presentazione delle sue opere, Di Giovanni
gioca con ironia sui meccanismi della visione e, al
contempo, organizza strutture scultoree dal forte impatto
visivo, in uno scambio ininterrotto tra la persistenza e la
mutabilità dei materiali e delle forme, sempre pensati ed
installati in stretto rapporto con lo spazio espositivo. |
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Autoritratto rampicante |
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Durante la
durata dell´inaugurazione resto seduto (rampicato) sullo
spessore delle mura su cui affaccia la finestrina gotica.
Sono scalzo e cavi elettrici mi escono dai jeans (segno del
rampicare). Uno dei cavi finisce dentro un mio vecchio
sdrucito giubbotto di pelle e poi dentro i miei anfibi
(unica calzatura indossata nell´ultimo anno), l´altro va
alla presa elettrica piú vicina agli oggetti. Il giubbotto è
vuoto eccetto che per la "panza"; da una rottura della zip
si vede all´interno della terra, ma sembra al di sotto del
livello del suolo su cui si sta camminando. Uno degli anfibi
è riempito di terra, nell´altro c´è una visione "olografica"
di un pianeta terra lontano (origine del rampicante). |
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Claudia
Gambadoro
Inner landscape, 2008 |
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installazione site specific
365 bicchieri, semi
installazione sonora |
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Claudia Gambadoro Catania, 1972 |
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Poetica generale: |
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Utilizza il
video, le installazioni e videoinstallazioni per indagare lo
spazio come metafora dell’esistenza stessa, territorio di
scambio con sé stesso e con il prossimo. Ricostruisce
cellule abitative, spazi vitali, fittizie scatole domestiche
dove dualismi opposti vivono convivenze impossibili:
equilibrio/caos, protezione/costrizione,
donazione/privazione, costruzione/distruzione. Video dove
naturali/innaturali legami trovano nuove corrispondenze e
dove realtà immaginarie si trasformano in immaginazioni
vissute. |
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Inner landscape |
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Se queste
mura potessero parlare racconterebbero storie senza fine.Tra
le stanze racchiuse da mura… gesta eroiche di prodi
cavalieri, cacciatori e contadini, cortigiane e domestici,
invasori e prigionieri; l’imperatore che costruì il
castello, il re e la regina che lo vissero. Storie che
si tramandano nei secoli, racconti da nonni a padri, da
genitori a figli. Mura, custodi di memorie dimenticate, la
Cymbalaria li riveste, vi si insinua e ascolta.
La immagino nutrirsi dell’humus della memoria, la sua
procreazione finalizzata al racconto; entrare negli
interstizi, rubare segreti e farne linfa per rinascere.
Interstizi di mura e racconti diventano veicolo di vita così
come motivo di riproduzione. Generazioni che si tramandano
storie di giorno in giorno. Entrare ed uscire dalle mura per
nutrirsi di vita altrui.
Cymbalaria muralis: segreti custoditi gelosamente dentro un
calice, nascosti in un muro, riportati alla luce in un nuovo
essere, dentro un nuovo calice… calice che raccoglie
memorie, calice che tramanda di giorno in giorno, di anno in
anno; calice contenitore, calice bicchiere, bicchiere
simbolo di vita quotidiana, di convivialità, di nutrimento e
di scambio.
Nel mio progetto ricostruisco una stanza, il calice diventa
un modulo, mattone che innalza pareti esso stesso custode di
storie. 365 calici per ogni giorno vissuto, i calici
contengono semi, rumori del passato riecheggiano da dentro.
Una “stanza segreta” in cui ancora possiamo assaporare i
ricordi di quei gran banchetti di corte che ogni sera,
all’imbrunire, chiudevano il giorno. Momenti a cui le mura
stesse, forse, vorrebbero ritornare, così come la nostra
piantina per nutrirsi. Una nostalgica principessa ancora
vaga tra le mura del castello, alla ricerca della vita
perduta… |
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Alessandra
Montanari
Ephemeral wall, 2008 |
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Installazione Site-specific
performance
mattoni gelatinosi di agar-agar su supporti in plexiglas,
specie vegetali. |
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Alessandra Montanari Bologna,
1960 |
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Poetica generale: |
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Il mio lavoro
è incentrato sulla natura, sulle piante, che diventano
metafora del mio essere.
E’ uno sguardo verso l’interno, verso la struttura delle
forme viventi e dei meccanismi biochimici che ne regolano la
vita.
Il desiderio di dare “voce” al mondo vegetale e al
microcosmo è alla base di una ricerca incentrata sul suono
condotta in collaborazione con una compositrice (Francesca
Virgili) e un clarinettista (Fabio Battistelli) che
intervengono nel mio lavoro come performer. Le sequenze e i
cicli biochimici si trasformano in suono e musica e le
stesse strutture biologiche diventano strumenti come nel
caso del “Cloroplastofono”.
Con “Breath” la biochimica e le piante entrano in relazione
con l’uomo e il suo vivere la contemporaneità attraverso
un’azione simbiotica di “condivisione” di esperienze e
memorie unite dal deisiderio e dalla necessità di vivere e
sopravvivere. Il rapporto uomo-natura è rappresentato da una
mappa di luoghi immaginari e senza nome (“Coperta di
viaggio”) , l’essere dell’uomo è rappresentato da percorsi e
confini immaginari; luoghi che appaiono e scompaiono, un
mondo in evoluzione e involuzione, tracce di percorsi,
intrecci di pensieri, una riflessione sul rapporto con il
mondo e la natura, una coperta…. per avvolgersi in un
viaggio |
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Ephemeral wall |
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Le memorie
sono labili, si sgretolano nel tempo, si sfaldano e si
disfano fino a che ne rimangono solo tracce, frammenti.
Nascono da piccoli indizi: una mano che sfiora e che
accarezza, un sussurro, una risata, un pianto, un grido, un
colpo, uno scoppio… piano piano crescono, diventando edifici
della nostra conoscenza, pietra dopo pietra, ricordo dopo
ricordo, s’innalzano.
Crescono e al tempo stesso cominciano a consumarsi, a
perdere consistenza.
Si creano crepe nella struttura, che diventano sempre più
profonde, qualche parte crolla, mentre altre continuano a
crescere.
Sono organiche, seguono un proprio ciclo di vita e di morte.
Anche se a un certo punto tutto sempra scomparso per sempre,
rimane qualcosa di quella struttura di ricordi, alcuni
piccoli frammenti, che, come semi sono pronti a dar vita a
nuove costruzioni, a nuove memorie. |
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Silvio Giordano
Green Day, 2008 |
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Installazione site specific
poliuretano espanso rigido,
dimensioni variabili
da 170x170x100 cm |
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Silvio Giordano Potenza 1977 |
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Poetica generale: |
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Il suo lavoro
è caratterizzato da ipotesi fantasmagoriche sulla corporeità
post-umana, fondate su romantiche e ambigue ibridazioni
estetiche realizzate attraverso attente manipolazioni
digitali. Giordano crea Esseri multiformi con identità e
condizioni esistenziali complesse immersi in un immaginario
grottesco e digitale fatto di case disabitate, animali
mutanti e piante deformi fuse con il corpo umano e con
luoghi meravigliosi della mente. Le previsioni catastrofiche
dovute all’idea di morte, la diversità dell’Io e l’estetica
sono i temi principali attorno ai quali ruota la produzione
di Giordano. |
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Green Day |
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L’installazione
dal titolo Green Day nasce dai suggerimenti di G.Sermonti,
contenuti nel testo “Le Fiabe dei Fiori” (Garzanti), secondo
cui il termine Cymbalaria deriverebbe dal greco kymbè, che
significa barca: un nome, questo, che le si addice
perfettamente data la somiglianza tra il comportamento del
suo peduncolo e quello di un’imbarcazione. Per tale motivo è
diventata simbolo di pianta psicopompa evocando al contempo
l’allegoria dell’accompagnamento delle anime dei morti
nell’aldilà. L’installazione si presenta come una grande
effervescenza nera che fuoriesce dalla terra. L’involucro
misterioso assume le sembianze di un bio-organismo da cui
sbucano in maniera dislocata grumi di teschi privati di
denti e di mascelle in modo da sottrarre loro l’idea di
aggressività e ferocia. La scultura rappresenta
simbolicamente il rigetto da parte della terra di un
angioma, di qualcosa di oscuro nascosto nelle viscere dello
spirito dell’uomo e dell’ambiente distrutto. Una pianta
radicata nella terra che cresce e si sviluppa verso l’alto
in maniera irregolare e autonoma facendo germogliare le
proprie foglie-teschio. L’ammasso putrescente rappresenta
anche il petrolio estratto dalla terra di Basilicata. L’oro
nero che può portare ricchezza, ma rischia di creare un
paesaggio decadente e vuoto. |
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La "sala della Regina" proiettata
nella realtà virtuale di Second Life |
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second place |
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